“ Non ho mai fatto nessuna delle mie scoperte tramite un processo di pensiero razionale”. Così ha detto Albert Einstein.

Ultimamente parlavo con un’amica che si è iscritta ad un corso di scrittura creativa. Era molto soddisfatta dei suoi risultati e alla fine ci siamo trovate a parlare della creatività in generale. Così, mentre esponevo la mia esperienza a proposito, ho citato la frase di Eistein riportata sopra con la quale mi sento particolarmente in sintonia, anche perché solleva una questione piuttosto interessante a riguardo: qual’è il confine tra creatività e scoperta? In pratica: quanto di quello che pensiamo di “creare” è in realtà una rielaborazione del conosciuto, la “soluzione” che viene dal mettere inconsciamente in ordine dei dati a noi già noti e trovarne il nesso conseguente, oppure il vedere lo stesso panorama attraverso un momentaneo punto di vista differente? Essere creativi significa passare attraverso uno di questi processi oppure dare realmente vita a qualcosa di totalmente nuovo, che prima non era esistente? La mia esperienza personale passa attraverso la composizione musicale. Nella musica indiana, uno dei miei campi di interesse principali, l’improvvisazione ha un ruolo primario. Significa creare musica in modo estemporaneo, seguendo le regole “grammaticali” del modello melodico (o raga) che si sta eseguendo in quel momento. Eppure, quando sono lì, con il tampura in mano, e sto cantando lasciando andare liberamente la mia creatività, non so dire quanto di quello che “esce” sia pescato dal materiale sonoro immagazzinato nel passato, quanto sia una rielaborazione delle frasi tipiche del raga ripetute per anni, e quanto sia invece un fresco e totalmente nuovo ricamo musicale. Certo, in quel momento sto creando, ma mi rendo conto che c’è un bacino di conoscenza al quale sto attingendo, al di là del mio pensiero razionale. E mi chiedo: a chi veramente appartiene quel serbatoio? Sarà capitato anche a voi di trovarvi in una situazione della quale non vedevate una soluzione e alla fine avete deciso di “dormirci su”. La mattina del giorno dopo, dal DSC_0500nulla, ecco la soluzione alla quale non avevate pensato prima. Pare che molte scoperte importanti dell’umanità siano passate attraverso notti di “decantazione”. A me è capitato più volte. Ricordo che anni fa, quando sono andata in Austria per registrare la traccia della voce per il CD Shunyata, mi sono trovata in una situazione simile. Le tracce strumentali di metà CD, che dovevano essere già arrivate dall’Italia, in realtà erano parzialmente inutilizzabili. Così quella sera mi sono resa conto che dovevo comporre immediatamente una mezz’ora di musica, perché il giorno dopo dovevo andare in sala di registrazione. Decisi di dormirci sopra. Sapendo come funziono in questi casi, ricordo che chiesi a me stessa: “Mi serve una buona idea musicale. Adesso sono stanca e vado a dormire. Per favore, per domani mattina, che mi venga una giusta ispirazione”. La mattina seguente, andai negli studi della casa discografica. Mi sentivo tranquilla: sapevo che qualcosa sarebbe emerso. Quando mi sono trovata davanti al microfono, con il fonico dall’altra parte del vetro che chiedeva istuzioni, ecco la familiare sensazione…… e improvvisamente sapevo che cosa fare. Ogni volta che ascolto quel brano, sento la stessa pace e certezza che ho provato in quel momento. E sono contenta perché so anche che provoca lo stesso effetto in coloro che lo ascoltano. L’ho composto io? Da dove ho attinto? A chi appartiene? Il processo creativo assomiglia all’ascolto: significa mettersi in una silente posizione di ricezione, dove la mente ha solo la funzione di accogliere e trattenere giusto il tempo necessario al pittore per fissare il disegno sulla tela, al cantante per trasmettere l’idea musicale alla propria voce o allo stumentista alle mani, allo scrittore per riportare le frasi sulla carta. E’ una meravigliosa sensazione perché lascia liberi dall’ego del creativo: non sono più “io” che ho fatto questo ma, piuttosto, sono un mezzo perchè l’arte si esprima. La creatività è in realtà un processo di umiltà. Più ci si allontana da questa attitudine, più il serbatoio diventa sempre più inaccessibile….

E’ fantastico rendersi conto di come possiamo avere accesso a tutte le risposte, sia artistiche che riguardanti la gestione della vita di tutti i giorni, semplicemente attingendo a questo laghetto interiore. Basta accettare di tuffarcisi dentro. Lo scrittore Kurt Vonnegut, riferendosi alla creatività, una volta disse: “Dobbiamo continuamente saltare nel precipizio e farci crescere le ali mentre precipitiamo”. In effetti, le situazioni di emergenza sono un ottimo “salto” dal dirupo. Il momento di crisi è destabilizzante e, se da una parte questo sbilanciamento porta a farci sentire a disagio, dall’altro crea lo spostamento necessario per permettere di osservare da un punto di vista diverso da quello al quale siamo abituati.  Einstein diceva: “Non puoi mai risolvere un problema dallo stesso livello nel quale è stato generato”. L’urgenza diventa l’accesso ad un livello diverso di percezione, dove possiamo vedere il problema da una prospettiva diversa e quindi risolverlo in un modo prima inpensabile. Ecco perché molte persone, proprio nel momento di crisi, sperimentano un profondo cambiamento interiore: è proprio il vedere la propria vita da una prospettiva diversa, alla luce della quale le proprie dinamiche abituali cambiano, così come le proprie priorità.

Pochi gi1009967_10203746299791015_7651229926481806996_norni fa ho letto un articolo riguardante la tendenza della mente ad essere attratta musicalmente da ciò che già conosce. Amiamo ascoltare ancora ed ancora lo stesso brano musicale. Perché? Cosa succede con la ripetizione? Una volta assimilato e reso familiare un percorso melodico, la mente lo fa suo e quindi inizia a recepirlo in modo differente. Cambia la propria posizione di ascolto. Un recente studio scientifico ha dimostrato che ascoltando una porzione di frase parlata, ripetuta numerose volte, gli ascoltatori hanno la sensazione che questa sia stata cantata. In pratica il parlato diventa musica. Che cosa succede? La mente, una volta compreso il significato delle parole, sposta la sua ricezione solo sui suoni che compongono le parole facendone una esperienza musicale. Questa nostra capacità di ascoltare in una diversa modalità quando ci troviamo sottoposti ad una serie di ripetizioni sonore, può forse spiegare l’effetto che può provocare la ripetizione di un mantra… lo stato di coscienza alterato che corrisponde proprio allo spostamento di cui parliavamo prima.

Crisi, cambiamento di prospettiva, creatività, sua espressione, sembrano essere le tappe di un percorso che va intrapreso con gioia, anche se all’inizio può sembrare difficile. Lasciare accadere il vivere, senza che la mente interferisca con la sua continua ricerca di “fare il punto della situazione” e di riallineare le cose secondo gli schemi comunemente accetttati, apre le porte ad uno stato di serena felicità, dove tutto fluisce armoniosamente e la sua espressione crea una risonanza nella vita degli altri. Pablo Picasso, parlando delle sue opera, una volta disse: “Gli altri hanno visto quello che è e si sono chiesti il perchè, io ho visto quello che poteva essere e mi sono chiesto perchè no”.

 

Patrizia Saterini, musicista, compositrice, cantante esperta in musica indiana, insegna tecniche di consapevolezza sonora e corporea applicate all’arte scenica sia orientale che occidentale. Ha tenuto numerosi concerti e ha all’attivo produzioni discografiche nazionali ed internazionali. Insegna canto indiano e teoria della musica indiana presso il Conservatorio di Musica di Vicenza. Ha appena pubblicato “Musica Indiana, teoria e approfondimenti da una prospettiva occidentale” con le Edizioni Il Punto d’Incontro.

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