Cos’è esattamente un mantra? Un suono, una parola, una sillaba, una frase sacra? La parola “mantra” è entrata da molti anni nel linguaggio comune del mondo occidentale diventando anche sinonimo di “ripetizione”. Eppure c’è così poca chiarezza, così tanta confusione a proposito…. Mi capita quasi ogni giorno di imbattermi in concetti tradizionali indiani, quali appunto “mantra” o “nadayoga” usati a sproposito, senza una conoscenza approfondita, adattati ad improbabili seminari, inseriti in contesti nei quali non hanno alcuna pertinenza o, peggio ancora, impartiti in modo casereccio in ambiti pseudonewageani. All’inizio mi indignavo… poi ho capito che la meta ha molte vie di accesso, alcune dirette, altre lunghe e tortuose. Però, perché non utilizzare correttamente i potenti mezzi che tradizioni millenarie hanno messo a nostra disposizione?
In tutte le culture è presente il concetto di “suono di potere”: alcune hanno coltivato questa conoscenza con attenzione e cura, altre l’hanno inglobata in un nebuloso insieme folklorico, altre ancora l’hanno tramandata in ambiti esoterici estremamente ristretti ed elitari. Il suono ha un indubbio potere sulla mente e sul corpo. Se questa certezza sembrava essere patrimonio di culture lontane dalla nostra, oggi invece ha dei riconoscimenti anche in occidente, avallati dalla sperimentazione scientifica. La stessa musicoterapica, con il suo utilizzo in strutture mediche pubbliche soprattutto in Germania o negli Stati Uniti, ne è un chiaro esempio.
Nello sciamanismo di tutte le tradizioni mondiali l’utilizzo dei suoni, in particolare quelli emessi dai tamburi, è stato impiegato per millenni per produrre stati alterati di coscienza al fine di entrare in contatto con cosiddette “realtà parallele” o con dimensioni extraterrene. Le “parole di potere” nella nostra tradizione sono state le cosiddette “parole magiche” utilizzate da maghi, alchimisti e streghe (finite poi spesso al rogo…), oppure alcune preghiere e ripetizioni liturgiche in grado di produrre stati di raccoglimento estatico, quali, ad esempio, la parola “amen” o la preghiera del pellegrino russo descritta ampiamente nella filocalia.
Secondo la tradizione indiana, l’uomo, la creazione, e addirittura le divinità stesse come Vishnu, Brahma e Shiva, nonché l’energia femminile Shakti sono descritti come costituiti dal suono. Il termine utilizzato negli antichi trattati è “nada”. Proprio ad un suono primordiale viene fatta risalire la comparsa e sussistenza dell’esistenza stessa la quale, per sua natura, si basa sul movimento, il quale crea necessariamente una vibrazione che si esprime in “suono”. Un suono così “sottile” da essere definito anahata, non espresso, non udibile. Lo stesso suono che gli yogi cercano nelle loro meditazioni e nel quale ambiscono di fondere la propria coscienza individuale. Quindi il nadayoga, lo yoga del suono, dove per yoga si intende “unione” e nada “suono” nella sua dimensione mistica, è la Via, il Sentiero spirituale che conduce alla realizzazione o illuminazione proprio attraverso una pratica sonora. Ebbene, dato quindi per concesso il fatto che l’utilizzo del suono abbia un tale potere, è quindi particolarmente evidente quanto sia importante che il metodo sia corretto perché produca il giusto risultato o, per lo meno, per evitare che questo stesso potere, se male utilizzato, risulti più in danni che in benefici.
Recentemente, parlando al telefono con un conoscente, mi ha messo al corrente della sua attività come terapeuta con le campane tibetane, una pratica che comincia ad essere conosciuta anche in Italia. Essendo venuta in contatto con alcuni terapeuti molto seri, formati professionalmente in Austria e Germania, e quindi sapendo dell’importanza della scelta delle campane sia come materiali utilizzati per la costruzione che come intonazione dei set, gli ho chiesto che tipo di campane (o ciotole) utilizzasse e quale metodo, il Peter Hess o altri. La risposta è stata: “Beh, le campane le ho comprate qui e là, in vari mercatini e le percuoto un po’ sul corpo del “paziente” lasciandomi guidare liberamente solo dalla mia intuizione”. Ben consapevole di come le vibrazioni particolarmente penetranti delle ciotole tibetane abbiano un impatto estremamente efficace sull’organismo, gli ho fatto notare che per poter funzionare correttamente queste hanno bisogno di entrare in risonanza l’una con l’altra secondo le regole fisiche degli armonici e che quindi non si possono utilizzare a caso altrimenti si rischia di provocare una disarmonia corporea che può facilmente sfociare in una patologia. Il suo commento è stato: “si tratta di cose sacre, male non fanno, al massimo non funzionano”. Approcci del genere possono essere piuttosto pericolosi. Lo stesso vale per l’utilizzo dei mantra. I mantra sono particolari sillabe o brevi formule che sono considerate avere un potente effetto su chi le utilizza. Ci sono alcuni mantra, chiamati “bija mantra”, costituiti da suoni molto brevi, spesso una semplice sillaba seguita dalla nasalizzazione. Sono associati a particolari centri nervosi o energetici del corpo (chakra) e a determinati elementi. Sono estremamente efficaci. Questo è il caso del mantra “Om”, “Ram” ed altri. Vengono chiamati mantra anche parole, insieme di sillabe o brevi frasi, quali, ad esempio, Om Namah Shivaya, Om Namo Bhagavate Vasudevaya e Om Gam Ganapataye Namah. Quindi ci sono dei mantra costituiti da formule verbali vere e proprie. Gli antichi testi indiani, i Veda ne contengono moltissimi. In particolare uno del quattro veda, il Samaveda, è un’insieme di formule destinate proprio ad essere cantate. Il canto Saman ha delle regole molto precise di pronuncia, intonazione e ritmica metrica. E’ considerato un mezzo potente per ottenere dei risultati concreti anche nella vita di tutti i giorni, quali la guarigione dalle malattie, l’ottenimenti dei propri desideri sia materiali che spirituali, l’influenzare gli eventi atmosferici, il rendere propizie le cerimonie, il purificare o l’energizzare i luoghi, eccetera. Non c’è rituale in India che non venga accompagnato dal canto vedico. L’uso corretto di questo canto viene insegnato sin dalla tenera età a coloro che diventeranno poi degli officianti, poiché possano utilizzarlo nelle funzioni sacre e perpetuare una delle conoscenze più misteriose e potenti della ritualità indiana.
Ho avuto modo di sperimentare personalmente molteplici volte come l’uso corretto del canto saman abbia prodotto puntualmente i suoi risultati. Ne ho subito il fascino sin dal mio primo viaggio in India, più di trent’anni fa. E’ come se una parte di me si “allineasse” ogni volta che ne venivo in contatto. Un profondo senso di armonia, accompagnato dalla sensazione del pulsare dell’energia, si espandeva nel mio corpo e nella mia mente. Negli anni ho continuato con lo studio sotto la guida di vari insegnanti e la sperimentazione degli straordinari effetti del canto dei mantra, sia nella loro forma vedica ritualistica composta dai 3 suoni, Udatta, Anudatta e Svarita che in forme melodiche estese alle 7 note. Alcuni teorici dicono che la musica indiana abbia le sue radici proprio nei 3 suoni del Samaveda e quindi nella loro estensione ai 7 suoni dell’antica scala musicale indiana discendente. Ho passato periodi completamente immersa nel canto dei mantra e posso sinceramente dire che le più importanti esperienze mistiche della mia vita sono tutte associate proprio con il canto. La voce umana è uno straordinario convettore di energia sonora. E’ strabiliante quello che si può ottenere applicando il giusto suono alla propria voce. Per fare questo bisogna rendere il nostro corpo un vero e proprio strumento musicale ed è quindi importante anche il modo nel quale viene utilizzato. Ogni strumento musicale, che sia occidentale classico o appartenente ad altre tradizioni musicali, ha il suo modo di utilizzo. Questo vale anche lo “strumento musicale vocale”. La postura, la respirazione, l’emissione, sono tutti elementi che vanno curati. Questo non ha nulla a che fare con un’impostazione strutturata ma, piuttosto, con il ritrovare il nostro livello naturale della voce, il lasciare che questa straordinaria predisposizione dei nostri organi atti all’emissione vocale, possano funzionare senza costrizioni o impedimenti tecnici o mentali. Da qui, il canto dei mantra, con la corretta pronuncia, intonazione e metrica, ha la possibilità di risuonare e produrre i suoi stupefacenti effetti.
In India, l’utilizzo di determinati modi musicali (raga) atti a provocare precisi stati emotivi (rasa) e di coscienza è stato chiaramente descritto in testi antichissimi e addirittura riconducibile ad un sentiero di crescita interiore praticato da millenni. Un esperto musicista indiano è considerato avere in mano la chiave per il controllo della creazione stessa. Nella mitologia indiana ci sono numerosissimi episodi e aneddoti proprio riguardanti il potere del corretto utilizzo dei raga. Akbar, il grande imperatore dell’impero Moghul vissuto nel 1600, amava raccogliere nella sua corte i più importanti artisti, astronomi e filosofi. Li chiamava “i suoi gioielli”. Tra questi c’era il grande musicista compositore Miyan Tansen. Pare che Tansen avesse raggiunto una completa padronanza dei raga e una tale maestria da essere considerato anche ai suoi tempi una vera e propria leggenda musicale. Ci sono molti episodi riguardanti le sue straordinarie abilità. Si dice che un giorno l’imperatore chiese ad Tansen di eseguire il raga della notte, nel bel mezzo di una giornata di sole. Tradizionalmente i raga sono considerati avere uno stretto legame vibrazionale con determinati orari del giorno, stagioni, momenti della vita e luoghi. Non essendo il momento adatto, Tansen si oppose ma, spinto dalla determinata insistenza di Akbar, iniziò il suo canto. Le cronache parlano di un’improvvisa scomparsa del sole e della discesa della notte. L’imperatore rimase talmente stupito dall’effetto del potere della musica di Tansen che chiese di conoscere il maestro del suo “gioiello”: Haridas. Swami Haridas, il leggendario musicista e mistico, viveva in un eremitaggio nella foresta. Rifiutò di ricevere Akbar e l’imperatore fu costretto a nascondersi non lontano dal luogo di residenza del santo per poterne ascoltare il canto.
Quando Haridas iniziò la sua pratica vocale, Akbar cadde in uno stato di totale estasi, completamente immemore di se stesso. Una volta ritornato al suo normale livello di coscienza, chiese a Tansen: “Com’è possibile che Haridas sia in grado di produrre un tale assorbimento mistico in coloro che lo ascoltano? Perché ascoltando te ho provato degli stati estatici ma mai di questa profondità?” Tansen rispose: “Perché io canto per te, ma lui canta per Dio”.