Vinapa era il figlio del Raja di un piccolo regno dell’India. Grande amante della musica, non si separava mai dalla Vina, il suo liuto, al quale era molto più interessato che non alla politica. Il padre, vedendolo così ossessionato dalla musica, sentiva crescere la propria angoscia e preoccupazione pensando che il figlio si sarebbe dedicato solo all’arte trascurando il suo ruolo di principe reale e, in seguito, di re. Un giorno passò di lì un monaco buddista, conosciuto per la sua saggezza e rettitudine. Il suo nome era Buddhapa. Il re lo fece chiamare e lo implorò affinché trovasse il modo di distogliere il figlio dalla sua passione per la musica. Ma quando vide il ragazzo, Buddhapa si rese immediatamente conto del suo potenziale spirituale. Gli chiese se fosse interessato a praticare gli insegnamenti del Buddha. “Certamente”, rispose il principe, “ma non voglio rinunciare alla mia passione per la musica”. “Non è un problema” disse Buddhapa, “non dovrai rinunciarvi in quanto la musica stessa sarà il tuo oggetto di meditazione, il tuo veicolo verso l’illuminazione”. Gli chiese di meditare costantemente sul suono della sua vina fino ad andare oltre la distinzione tra il suono stesso e colui che lo percepisce. Il principe praticò per nove anni e, riuscendo ad immergersi nel suono puro al di là del soggetto della percezione, raggiunse lo stato di illuminazione. E’ tutt’ora annoverato tra gli 84 Mahasiddha della tradizione del buddhismo mahayana.

Nella tradizione indiana ci sono almeno otto termini per definire il suono. Tra tutti quello che si avvicina maggiormente alla concezione filosofica della musica, è Nadabrahma, il suono “creatore”. Indica come l’universo sia venuto in esistenza dall’energia del suono. D’altra parte in moltissime tradizioni antiche è presente il concetto di emersione della materia dallo stato immanifesto proprio attraverso il suono, la vibrazione, il verbo….Ma c’è un altro termine sanscrito ancora più significativo: Anahata Nada. Ovvero, Il suono non manifesto, non emesso. Non solo non c’è la divisione tra il suono e chi lo percepisce, ma neppure il concetto  dell’udire stesso: una frequenza vibratoria che, inespressa e latente, esiste al di là della presenza o meno della creazione, dell’esistenza stessa della quale ne è allo stesso tempo la base. Un suono non-suono… Come descrivere l’indescrivibile? Come udire l’inudibile? La sacralità della musica indiana poggia proprio sul concetto stesso di suono che, oltre ad essere la sostanza dell’universo (in antichi trattati indiani si dice: tutto è della sostanza di Nada) diventa un percorso spirituale. Per questo si parla di musica come “marga”, via, sentiero.

Il tampura è lo strumento indiano che funge da bordone o drone nella musica sia vocale che strumentale. Crea un tappeto musicale formato da alcuni suoni fissi in risonanza armonica tra di loro. Potrei definirlo una sorta di “baricentro sonoro” sul quale si appoggia e si espande la melodia. Suonare il tampura dona una grande tranquillità e stabilità e cantare diventa allora estremamente facile e naturale. Spesso mi ritrovo a pensare come questo strumento rappresenti in qualche modo la pervadenza del suono rispetto alla creazione, il suo esistere prima, durante e dopo, il suo risuonare completamente circolare, dove non c’è un inizio e una fine ma piuttosto una pulsazione sonora continua che permea il tutto e permette il divenire della musica.

Che grande dono la musica. Quanto la amo! Forse più di ogni cosa. Anche nel comprenderla si può allo stesso tempo immergersi completamente, perdendosi. E mi piace crearla, scomporla, giocare con i suoni, farmi travolgere, lasciarla andare e riprenderla, ascoltarla con tutti i pori della pelle, berla, assorbirla come un profumo, riappropriarmene, stravolgerla e poi lasciarla evaporare. La musica è vibrazione, è vita, è energia. Noi stessi siamo una massa di energia sonora vibrante che si modella a seconda delle esperienze con le quali veniamo in contatto, le persone con le quali ci confrontiamo, le comprensioni o le chiusure, le resistenze, le aperture e le reazioni. Siamo un costante divenire energetico di massa sonora che prende la forma creata dagli impatti consonanti o dissonanti con le altre forme. Fluttuiamo spinti dalle “collisioni”, con un’intensità proporzionale alla stabilità nel nostro baricentro. Mi piace lavorare con il concetto del baricentro, quel perno energetico sul quale poggia e dal quale si espande il movimento consapevole del corpo e della voce. Uno spostamento del proprio equilibrio energetico immancabilmente corrisponde ad uno spostamento dei propri parametri di percezione e, di conseguenza, cambiano le reazioni, gli stati d’animo, il colore della mente. Può accadere che un trauma emozionale, un lutto, anche l’inatteso raggiungimento di un obiettivo, l’influenza di una compagnia ed anche il tipo di cibo con cui ci nutriamo, portino ad uno spostamento della centratura energetica. La risposta del corpo può essere la malattia, quella della mente l’esasperazione di una propria tendenza, quella dell’ambiente attorno a noi il “casuale” accadere di alcune situazioni e incontri: tutto risponderà immediatamente allineandosi alla nostra nuova forma: magari potrà sembrare spiacevole ma, in realtà, è l’automatico movimento che, nel tempo, volge verso il risanamento. Ma, dato che siamo in realtà delle forme vibranti sonore, esistono dei mezzi per influire su questo percorso, proprio attraverso il suono.

 

Negli anni passati in India ho sperimentato ripetutamente come alcuni particolari suoni di potere siano in grado di influire profondamente sugli equilibri energetici, stimolando processi di purificazione, bilanciamento, armonizzazione e guarigione. Si tratta di formule sonore o mantra che hanno la capacità di provocare una risonanza energetica quando emessi con la giusta intonazione, pronuncia, metrica e intento. Sono strettamente collegati alla creazione e quindi agli elementi di cui è composta ma, allo stesso tempo, sono in grado di condurre al di là di questa, proprio come avvenne a Vinapada.

 

Recentemente ho scritto una lettera ad un amico. Volevo condividere con lui alcune considerazioni che il nostro rapporto aveva stimolato e, in particolare, quelle riguardanti la nostra diversa visione della realtà. Io non ne sono disturbata, ma lui sì. E mentre scrivevo pensavo che forse, proprio come siamo generalmente in grado di udire solamente frequenze sonore che sono comprese  tra 20 Hz e 20 KHZ a causa delle limitazioni dell’orecchio umano, così decifriamo la realtà solo a seconda del nostro apparato di percezione energetica. A volte siamo come delle radio e avendo nel tempo memorizzato delle stazioni, continuiamo a sintonizzarci solo su quelle frequenze che riteniamo di ricevere più chiaramente. Con queste entriamo in risonanza e tramite queste percepiamo il mondo. L’energia risponde seguendo le leggi naturali del suono e quindi ciò che è sulla stessa frequenza d’onda vibra e si espande. Essere sintonizzati sulla mancanza e sulla divergenza non porta riempimento e compensazione: porta mancanza e divisione. Essere sintonizzati sulla pienezza e sull’unione, porta completezza. Potremmo tranquillamente osservare la nostra esistenza a livello musicale.

Ciò che viviamo è proprio come una musica: può essere consonante o dissonante, entrare in sintonia, fluire e armonizzare, oppure diffondere disarmonie e creare onde concentriche di risonanza di ostacoli e problemi.

Ma a volte, proprio come per la musica, la dinamica della crescita può essere data proprio dal gioco di tensione e rilascio delle armonie, dagli accordi sospesi che rientrano poi in quello della tonalità e, quando ci si arriva, uno sente che il suo cuore finalmente respira e si espande.  Le disarmonie e i momenti di dissonanza sono necessari ed importanti, ancor più se siamo in grado di ascoltarli nell’ambito della sinfonia totale dove il primo e l’ultimo accordo spesso coincidono, lasciando nel mezzo la meraviglia del volo giocoso delle note.

 

Ashima Patrizia Saterini

 

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