Sono di nuovo qui. Ancora una volta questo monte mi ha irresistibilmente attratta verso di lui. Dopo tanti anni, ancora bramo di vedere la luce che si accenderà tra pochi giorni. Saranno giorni passati nell’attesa che avvenga, che la meravigliosa alchimia si compia ancora puntualmente nell’attimo in cui i miei occhi si poseranno sulla fiamma accesa sulla sommità della collina. In questi giorni cominciano ad arrivare migliaia di pellegrini. Le strade brulicano di gente che comincia ad accamparsi dove e come meglio può. Molti dormono a terra, coprendosi semplicemente con un telo di stoffa. Ai lati delle strade, accanto agli improvvisati venditori di succhi di canna da zucchero spremuti dentro a bicchieri di vetro dall’allarmante opacità, ceci, casalinghi di plastica di bassa qualità, corde per il bestiame e qualsiasi cosa possa essere venduta in un colorato e chiassoso mercato ambulante, i molti monaci con le teste rasate e gli abiti ocra, i sadhu erranti con i cappelli arruffati e il contenitore per l’acqua in mano e i mendicanti chiedono l’elemosina ai passanti. In questo periodo nasce dal nulla, in uno spiazzo appena fuori dal paese, lungo la strada della pradakshina, il mercato del bestiame. Centinaia di coppie di buoi dal manto bianco e dagli occhi mansueti restano quietamente sotto il sole aspettando un compratore, mentre i loro proprietari contrattano ad alta voce, gesticolando. Tutto è un assordante brusio di uomini e bestie ma, sollevando di poco il volto da questo colorato mondo che si agita e schiamazza, vedo la montagna che si erge silenziosa e immobile. Ascoltando con attenzione tutto il rumore passa in secondo piano mentre, pulsante e vivo, un silenzio molto più assordante echeggia nella mente. È il magnifico potere di questo monte che si spande su ogni cosa e ogni persona, come una lenta marea. Nei giorni precedenti l’accensione della fiamma i templi si riempiono di pellegrini e il suono delle numerose funzioni viene trasmesso dagli altoparlanti fissati all’esterno. I mantra vedici echeggiano così ovunque, anche se distorti da trasmettitori di bassa qualità, e sovrastano ogni altro rumore. Cerco di immergermi in questa atmosfera festosa, accettando senza fastidio il rumore e la calca, attenta però a rimanere focalizzata sul motivo per il quale sono venuta qui.
E poi, ecco il giorno di Dipam. Sin dal mattino le corriere arrivano da ogni parte dell’India, rovesciando il loro contenuto umano accaldato, ammassato ma gioioso, ai lati delle strade. Diventa sempre più difficile muoversi, a causa del numero delle persone. Ma, in mezzo a tutto questo caos, sento che una tremenda energia sta cominciando a crescere e ad avviluppare tutto. Man mano che passano le ore questa sensazione aumenta. Il pulsare di questa energia diventa quasi insostenibile.
Alle sei del pomeriggio improvvisamente scende un’innaturale silenzio. Tutto improvvisamente si ferma, in attesa. Sembra che persino gli uccelli abbiano smesso di cantare. Sembra che il mondo stia trattenendo il respiro. Sono consapevole del fatto che centinaia di migliaia di occhi sono incollati sulla cima del colle, in trepidante attesa. Ed ecco, un timido bagliore che pian piano prende forma e finalmente la fiamma che, stabilmente, comincia a bruciare. Come un magnete, questa visione impedisce di distogliere lo sguardo. Sembra che la luce entri direttamente, attraverso gli occhi, all’interno del corpo e lo illumini. Tutto è illuminato da quella lontana luce che, dalla cima della collina, arriva direttamente al cuore e alla mente delle persone. Ed ecco che, improvvisamente, ritorna il mondo, dopo essere stato momentaneamente dissolto, e tutto riprende, gli schiamazzi, i rumori, il brulichio. Ora una massa enorme di persone comincia quietamente a girare attorno alla collina. Sveltamente indosso un vestito bianco, scendo in strada e, gioiosamente, mi immergo in questa folla che cammina uniformemente cantando e lodando Arunachala. Canto. Shiva, Shiva…
Nell’India del sud, nello stato del Tamil Nadu, in una regione dalla terra rossastra e sabbiosa, perennemente assetata e insoddisfatta dai pochi rovesci della stagione delle piogge, con un paesaggio che sembra quasi lunare, con la sua pianura arida e monotona sulla quale, come cactus solitari, si innalzano qua e là picchi collinosi ancor più secchi e privi di vegetazione, sorge una collina che, come un faro nella notte, illumina la mente e il cuore di colui che vi si avvicina.
È una piccola montagna dal potere misterioso, che fino a pochi decenni fa è stato tenuto segreto al mondo occidentale. È il sacro colle di Arunachala, considerato l’incarnazione terrena di Shiva. Se il monte Kailash è la sua dimora, Arunachala è la sua forma sulla terra.
Nelle antiche scritture sacre indiane, i Purana, è narrata la storia mitologica che sta alla base della sacralità di questo colle. Un giorno Vishnu e Brahma ebbero una disputa su chi tra loro fosse il più grande. Il loro argomentare portò il caos sulla terra, così gli Dei andarono da Shiva, che sedeva tranquillo sul monte Kailash, e gli chiesero di porre fine alla disputa. Shiva allora si manifestò come una colonna di fuoco e dichiarò: “Come la luna ottiene il suo chiarore dal sole, così la santità degli altri luoghi sacri sulla terra deriverà da quella di Arunachala. Questo è il solo luogo dove io ho preso questa forma per il beneficio di coloro che vogliono adorarmi e ottenere l’illuminazione. “