Era una giornata piovosa. Per quanto meravigliosa, Parigi a volte può essere davvero malinconica. Ero in compagnia della mia carissima insegnante ed amica Savitri Nair. Danzatrice, coreografa, cantante, artista a 360 gradi, Savitri è sempre stata per me un punto di riferimento importante. Per anni ho frequentato la sua casa di Parigi, dove, attraverso esercizi di consapevolezza corporea derivanti dalle forme geometriche del bharat natyam applicate all’emissione dei suoni di alcuni raga dell’India del sud, i suoi allievi beneficiano dell’antica saggezza indiana rapportata e adattata alla realtà occidentale. Era stupefacente vedere come questi allievi provenissero dalle esperienze più disparate: l’attore, il musicista, il compositore alla ricerca di nuovi stimoli creativi, il manager con l’esigenza di saper parlare in pubblico, la gestante (Savitri, assieme a Leboyer, ha portato in Occidente il sistema musicoterapico per la gravidanza e il parto utilizzato nel canto carnatico), la persona chiusa in se stessa alla ricerca di un’apertura espressiva e creativa, il pittore, il danzatore, il cantante rock o il cantante classico occidentale o indiano e quant’altro. La sera, nel suo salotto, incontravo le più intelligenti menti creative di vari ambiti artistici o professionali: Leboyer, Pina Bausch, Peter Brook, Bejard e molti altri, tutti personaggi che hanno integrato con successo nel proprio campo artistico l’antica saggezza indiana.

L’avevo incontrata la prima volta a Venezia, presso la ‘Scuola di Studi Musicali Comparati’ alla Fondazione Cini di San Giorgio Maggiore. A quel tempo seguivo un corso di sitar tenuto da Budhaditya Mukherjee. La mia ricerca musicale allora verteva sui canti di Tyagaraja, un mistico del Tamil Nadu, e sul canto carnatico in generale. Savitri Nair teneva un corso di danza bharat natyam. Avevo sentito parlare di lei e di come avesse una vasta cultura non solo nel campo della danza, ma anche in quello del canto del sud dell’India. Un mattino mi avvicinai e le chiesi se avesse del tempo libero per potermi dare qualche lezione privata di canto carnatico. La sua risposta fu: “Vieni oggi pomeriggio all’ultima ora del mio corso di danza con degli abiti comodi e poi vedremo”. Così, il tardo pomeriggio, verso le 18, mi presentai nella sala dove si tenevano i corsi danza indiana. Appena entrata mi guardai attorno: un numeroso gruppo di persone sedeva silenzio osservando la lezione. Savitri Nair, accompagnandosi con due piattini di ottone, cantava e scandiva il tempo mentre tre ballerine si esibivano in quelle che erano delle coreografie evidentemente molto complesse. Mi sedetti in un angolo e chiesi a qualcuno qualche delucidazione. Mi fu spiegato che si stavano esibendo tre danzatrici professioniste, sue allieve, venute dalla Francia per perfezionare con lei le coreografie di un imminente spettacolo. Evidentemente il bisbigliare le fece notare la mia presenza. Con grande naturalezza, sfoderando un bel sorriso, mi disse: “Ah, sei venuta. Bene! Mettiti dietro le tre ballerine e cerca di danzare seguendo quello che stanno facendo”. Panico. Ma come, pensai, non ho mai nemmeno visto uno spettacolo di danza indiana, non conosco né le posizioni di base né alcun passo e lei vuole mettermi lì, a ballare davanti a tutti?

La tentazione di andarmene era forte. Ma qualcosa mi trattenne, forse un po’ di orgoglio, forse la curiosità di provare… comunque mi ritrovai a danzare secondo le sue istruzioni. In effetti non credo che la giusta definizione fosse “danzare”: semplicemente balzavo di qua e di là cercando di afferrare i movimenti, peraltro in modo impacciato e goffo. Dapprima dal pubblico cominciarono a salire alcune risatine soffocate, poi fu un vero boato di risate. Ero veramente imbarazzata, ma andai avanti tra le risate di tutti. Alla fine, grondante di sudore e di umiliazione, mi presentai davanti a lei. “Perché mi hai messo in questa situazione?”. La sua risposta è rimasta indelebile nella mia memoria. Rispose: “Io non ho molto tempo e, soprattutto, non voglio sprecarlo con chi non è chiaramente interessato a intraprendere davvero lo studio della musica indiana o chi non ha talento. Nessuno può diventare un bravo artista se non ha il coraggio di essere ridicolo. Tu ce l’hai. Vieni domani mattina alle 10”.

Questo fu l’inizio di una grande amicizia che dura tutt’ora. Ho imparato moltissimo da lei e la cosa più importante forse è proprio l’idea di un’arte totale. Savitri Nair dice spesso: “Non esiste un buon danzatore che non sappia cantare, non esiste un bravo cantante che non sappia danzare. Musica e movimento si completano e rendono così l’artista veramente completo, gli aprono la via per la totale libertà di espressione”. Questo mi ha fatto molto riflettere sulla innaturale immobilità di molti musicisti occidentali, sull’incapacità di rapportare lo strumento musicale (o la voce) alla propria realtà corporea, come se il suono fosse un’entità separata dal proprio organismo. È come se la musica dovesse in qualche modo prendere le distanze da colui che la emette. Che sia forse l’effetto dell’abitudine ad un intermediario, la scrittura musicale, oppure anche un retaggio delle convenzioni sociali del passato?

Comunque, nella famosa giornata piovosa di Parigi, decidemmo di andare ad assistere a uno spettacolo di danzaBharat Natyam.. L’artista, della quale non citerò il nome, era acclamata come una giovane promessa della danza indiana, di ritorno da una trionfale tournée negli Stati Uniti. Il teatro era splendidamente adornato, i musicisti che accompagnavano la danza erano bravissimi, le coreografie ricercate e sofisticate. A metà spettacolo Savitri si girò verso di me e mi chiese: “Come stai?”. Le risposi: “Vuoi sapere che cosa ne penso, se mi piace?”. “No”, insistette, “vorrei sapere come ti senti, come stai”. Solo allora, portandovi l’attenzione, notai una forte tensione all’altezza della nuca. Era decisamente fastidiosa. Mi accorsi anche che stavo stringendo i denti a causa del dolore. Non ne ero stata consapevole fino a quel momento. Avevo una sensazione spiacevole ma, distratta dallo spettacolo, la tenevo in sottofondo. Le comunicai il mio disagio. Allora lei mi fece notare con attenzione la postura della danzatrice. Era evidente! Su quel palco stava danzando una persona con una forte tensione al collo dovuta a una non corretta postura. Il suo disagio era stato percepito inconsciamente dal mio corpo e, nell’empatia dello spettacolo, nella posizione di apertura ricettiva come spettatrice, era passato anche al mio corpo.

Questo per me è stato un importante momento di comprensione della responsabilità che noi tutti abbiamo come veicoli di messaggi attraverso il nostro movimento o attraverso la nostra voce. In questo senso l’arte diventa un rituale sacro nel quale si possono aprire delle porte di comprensione stupefacenti attraverso un link diretto con chi ci è vicino.

Nella danza indiana tutto il movimento parte da uno stato di equilibrio. Dall’essere ancorato costantemente nel proprio baricentro, il corpo può agire, le braccia e le gambe diventano delle estensioni energetiche e il danzatore diventa uno strumento di espressione tale che la danza si trasforma in un rito sacro. Nella danza bharat natyam il danzatore parte da una posizione che prevede i piedi rivolti all’esterno, le ginocchia leggermente piegate, come se il corpo fosse seduto su di un immaginario sgabello posto tra i piedi. Proprio da questa posizione “seduta” sul proprio asse di equilibrio avviene il movimento. Il danzatore-attore, quindi, in uno stato interno ed esterno di equilibrio, mira a “perdere” se stesso per lasciare che la danza avvenga, che il racconto sacro venga manifestato nella dimensione temporale circolare del mito o che la divinità venga ‘incarnata’.

In questo senso il danzatore è sacro, perché attraverso il suo corpo, secondo una “grammatica” posturale dettata da una tradizione millenaria, diventa una porta aperta per lo spettatore verso una dimensione ultra-umana.

E questo vale per ogni aspetto dell’arte. Nella musica, il cantante ha la stessa possibilità di connettere l’ascoltatore con quello che nell’antica trattatistica indiana viene chiamato “Suono Primordiale”.L’universo è stato creato proprio da questo suono primordiale (anche nella Bibbia la creazione da parte del Divino viene fatta derivare dal “verbo”, traducibile anche come “suono”) che lo pervade, che può essere udito dagli yogi in profonda meditazione e che cesserà con la terribile danza Tandava di Shiva, il distruttore.

Come diceva Alain Danielou: L’universo è chiamato in sanscrito Jagat (ciò che si muove), perché nulla esiste se non dalla combinazione di forze e movimenti. Ma ogni movimento genera una vibrazione e perciò un suono che gli è peculiare. Un tale suono, naturalmente, può non essere udibile dalle nostre orecchie rudimentali, ma esiste come Puro Suono.

Nella trattatistica musicale indiana, il termine corrispondente a “suono” è indicato da ben otto distinti vocaboli. Certamente il termine che meglio esprime il concetto filosofico indiano di “suono” è la parola nada. È veramente arduo dare un’esatta definizione di questo termine, in quanto trattatisti e sanscritisti discutono da secoli sulla sua corretta etimologia. Nel  Brihaddeshi di Matanga, un trattato del 6° secolo d.c. c’è scritto: “Non c’è canzone senza Nada, non ci sono le note musicali senza Nada, non c’è danza senza Nada, il mondo è dell’essenza del Nada. Brahma (l’aspetto creatore della trinità indu) è conosciuto essere della forma di Nada, Vishnu (l’aspetto conservatore) è della forma di Nada, Para Sakti (l’energia divina femminile) è della forma di Nada e Maheshvara (l’aspetto distruttore) è della forma di Nada”.

In una visione che individua nel concetto filosofico del suono il punto di partenza e di mantenimento non solo del creato, ma anche della sfera divina, il fare musica è inteso come un processo creativo che ha un impatto sull’esistenza stessa di tutto l’universo. In questo senso, quando danziamo o cantiamo, non stiamo semplicemente muovendoci o emettendo dei suoni. Stiamo passando accanto alla possibilità di connetterci (e di far connettere attraverso di noi chi guarda o ascolta) con una dimensione metafisica di trascendenza.

Noi siamo dei ricettori di informazioni che ci vengono dal mondo circostante e dalle persone con le quali veniamo in contatto sia fisicamente, che visivamente (per non dire mentalmente…). E, allo stesso modo, abbiamo la possibilità di “dare delle informazioni” attraverso il nostro corpo e il nostro stesso essere. Più ci avviciniamo ad uno stato di energia, purezza, consapevolezza espansa, più diventiamo dei veicoli di questo stato. E’ una grande responsabilità e, allo stesso tempo, un meraviglioso mezzo di coesione con la Realtà Divina.