Un ulteriore viaggio nell’India del Sud. Suoni, colori, odori che mi investono appena scendo dall’aereo. A Chennai sono le 8 del mattino, nel mio orologio interno, ancora sintonizzato con l’Italia, sono le tre e mezza di notte. Stanca ed assonnata dal viaggio, dalla sosta a Dubai e dalle file all’immigrazione, appena esco dall’aeroporto mi tuffo dentro alla macchina che mi aspetta nel parcheggio di fronte all’aeroporto, chiudendo fuori la frenesia del mattino indiano. Vorrei ancora la notte, il silenzio, il sonno, ma non c’è modo.

L’incontro con l’India è sempre e comunque traumatico. Per almeno 40 volte ho preso questo aereo, in fondo dovrei sentirmi a casa, visto che ci ho vissuto per anni, ma ogni arrivo è un ritorno brusco ad un mondo parallelo.

Un viaggio di qualche ora e sono a casa, nella mia stanza rimasta lì ad aspettarmi da mesi: le mie cose, i miei vestiti, tutto al suo posto. Qualcuno si è preso la briga di dare una rinfrescata al pavimento e preparare il  letto. Mi spoglio velocemente e mi ci stendo sopra. Sa di muffa: in questa zona dell’India il monsone arriva a novembre, con le sue piogge repentine, la corrente che manca per molte ore al giorno, l’umidità che impregna ogni cosa con il suo odore e la sensazione di non essere mai veramente asciutti. Ma sono stanca, mi addormento in pochi istanti. Al mio risveglio resto sdraiata ad ascoltare i suoni che fanno oramai parte di questo Paese a suo modo così invadente: un altoparlante lontano rimanda il suono deformato e gracchiante di una voce che canta; si intreccia con quello che viene da un villaggio più a nord. I clacson, i corvi, qualcuno chiama da un campo di riso, c’è un tappeto di suoni imprecisabili, forse rane più uccelli, forse grilli e scimmie… Penso. Che cosa mi ha spinto qui per così tante volte? Perché mi ritrovo ancora ed ancora in questo Paese del quale da tempo dico di poter fare a meno? Perché l’India mi richiama continuamente? E’ una malattia, una dipendenza che reclama la sua soddisfazione? Non lo so, eppure conosco bene questo richiamo: è come se fosse un suono che provoca in me una risonanza, una risposta vibrazionale. Perché così tanti cercatori spirituali hanno attraversato i continenti per arrivare qui? Forse perché questo luogo è lo scrigno della conoscenza, custodito e tramandato per millenni da maestro a discepolo, da saggio a cercatore. Qui più che altrove l’attenzione è stata mantenuta sulla  preservazione degli antichi insegnamenti rivelati ai veggenti e riportati nei testi sacri, delle tecniche yogiche per rendere il corpo così puro da poter sostenere il risveglio della kundalini, dei suoni mistici che portano alla dissoluzione della mente, dei sistemi di risveglio spirituale e le indicazioni per conseguire l’illuminazione. Gli illuminati, i risvegliati. Tanti hanno camminato su questa sacra terra, da chi ha cambiato la vita di milioni di persone in tutto il mondo come Buddha, a chi ha esteso la propria luce a coloro che hanno avuto la fortuna di incontrali come Ramana Maharshi o Nisargadatta Maharaj, a chi ha indicato la via all’occidente come Yogananda.

Altri, beatificamente sconosciuti al mondo, nei loro eremitaggi, hanno pacificamente steso il loro velo di conoscenza a pochi fortunati. Sta di fatto che questo Paese è impregnato di una conoscenza che viene trasmessa anche attraverso l’energia dei suoi luoghi di potere. E ce ne sono molti: dal sacro monte Arunachala la cui vicinanza provoca irreversibili mutamenti nello stato di coscienza, ai luoghi dove anticamente i veggenti hanno installato una serie di lingam dal potentissimo effetto, ad alcuni eremitaggi sulle sponde del fiume Gange, ai 4 luoghi di potere sull’Himalaya, alla collina Govardhana a Brindavan… e poi i samadhi (luoghi di sepoltura) di grandi esseri che hanno lasciato in eredità la loro energia vibrante, i templi costruiti da tempi immemorabili su luoghi di intersecazioni energetiche.

L’India ha un patrimonio energetico come nessun altro Paese. E così, da sempre, cercatori spirituali sono stati attratti qui dalla loro stessa intensità, magari non per trovare le risposte in qualche esotico luogo lontano, ma perché resi finalmente in grado proprio qui di percepire la propria stessa origine divina, il proprio luogo di potere all’interno.

In questo senso l’India è come il dito del maestro che indica la luna reale al discepolo che prima la intravedeva solamente riflessa nell’acqua del pozzo. Molti magari non erano nemmeno cercatori o lo erano senza saperlo; magari sono venuti qui come turisti e l’energia dell’India li ha poi messi in contatto con il proprio grande cambiamento.

Io forse sono stata una di questi. Il mio primo viaggio: avevo 19 anni. Estate. Al CTS per acquistare una vacanza-studio a Londra. Che cosa mi ha spinto ad alzare lo sguardo, vedere un poster di un panorama indiano e dire alla persona di fronte a me: “Mi piacerebbe andare là, dov’è?” e quindi acquistare un biglietto andata e ritorno per l’allora chiamata Bombay, senza nemmeno sapere dove fosse?

Quindi 3 mesi a vagabondare dal nord al sud, per ritrovarmi in Kashmir gravemente avvelenata. La corsa all’ospedale e il verdetto del medico al mio compagno di viaggio di allora: “Non c’è niente da fare, questa muore in pochi giorni. Ho sentito dire che nel luogo di esilio del Dalai Lama c’è il suo medico personale, un vecchio lama, che pare faccia miracoli con la medicina tradizionale tibetana. Perché non provi a portarla là? Per noi è spacciata.”. Ricordo di essere stata caricata come un sacco di patate su di un bus che per un giorno intero si è arrampicato per colline e montagne fino alla destinazione. Macleod Ganj. Un paesino di montagna, alle pendici dell’Himalaya, in un luogo fuori dalle rotte dei treni e dei turisti. Allora non esisteva alcun albergo o ristorante, solo le case dei tibetani e i monasteri. Scaricata di peso, a tratti inconscia, e portata direttamente dal lama. Ricordo nella nebbia del mio delirio due occhi compassionevoli che mi guardavano e le sue mani che mi tastavano il polso. Anche qui il verdetto non fu così rincuorante: “Forse potrebbe salvarsi ma servirebbero delle erbe che qui, nella farmacia del monastero, non abbiamo. Dovremmo inviare due monaci su una particolare montagna per raccoglierle. Ci vorranno due giorni di cammino. Non voglio far fare loro il tragitto per niente. Magari lei muore prima. Controlliamo l’oroscopo. Se è scritto che lei debba vivere ancora li invierò, altrimenti è meglio evitare un viaggio inutile”. Ebbene, fui proprio salvata dall’oroscopo che prontamente alcuni lama calcolarono in qualche ora, chiusi in una stanzetta. Diceva che sarei vissuta a lungo (e conteneva molte altre indicazioni che mi sono state di grande aiuto negli anni futuri) e quindi due monaci partirono alla ricerca delle erbe che avrebbero dovuto salvarmi la vita. Così guarii.